Delhi e Pechino tornano a trattare: in Tibet si continua a morire

dic 17, 2011 No Commenti da

La questione del Tibet, i confini contesi sull’Himalaya, il rapporto con gli Stati Uniti e la disputa sul Mar cinese meridionale: sono questi gli argomenti in agenda fra Cina e India, le due superpotenze asiatiche che sembrano essersi impegnate nell’apertura di un vero canale di dialogo. Mentre in Tibet si continua a morire per protestare contro la repressione cinese, infatti, si apre oggi a Delhi il quarto round degli incontri sino-indiani per la difesa e la sicurezza.

A guidare la delegazione cinese c’è Ma Xiaotian, vicecapo di Stato maggiore dell’Esercito di liberazione popolare. Per la parte indiana c’è invece il Segretario alla Difesa Shashikant Sharma e diversi rappresentanti governativi. L’ultimo round di questo livello si era tenuto lo scorso anno a Pechino. Convocati per novembre, i colloqui sono saltati all’ultimo per la presenza a Delhi della Conferenza globale buddista, a cui ha partecipato il Dalai Lama. Le proteste cinesi non hanno convinto la controparte, che ha preferito rimandare fino a ora l’incontro.

Un incontro che, come sottolineano diversi analisti, ha vari argomenti caldi da trattare. Sun Shihai, ricercatore dell’Accademia cinese delle Scienze sociali, spiega: “La disputa sui confini e il sostegno indiano al Dalai Lama sono ancora gli ostacoli maggiori al rapporto fra i due. Per fortuna, però, entrambe le parti hanno capito che devono rafforzare la fiducia reciproca. Anche se continueranno a competere su questioni economiche e di sicurezza”. Delhi e Pechino hanno combattuto una guerra veloce nel 1962 per il controllo di una remota regione himalayana: essa è ancora causa di dispute.

A complicare le cose ci sono anche le esplorazioni petrolifere che le compagnie indiane stanno effettuando nel Mar cinese meridionale, che Pechino cerca di strappare dalle nazioni confinanti rivendicandone il pieno possesso. Lo scorso ottobre la Oil and Natural Gas Corporation – società petrolifera guidata dal governo indiano – ha deciso di investire i prossimi 3 anni in esplorazioni proprio in quell’area.

Dal punto di vista politico e di immagine, però, la questione del Tibet rimane quella più spinosa. L’India ha garantito sin dai primi giorni dell’esilio l’accoglienza al Dalai Lama e al suo governo: Dharamsala, in territorio indiano, è oramai un’enclave tibetana da cui il leader buddista opera la sua missione. Pechino ha sempre criticato con forza questa scelta di Delhi e ha più volte sottolineato che l’India “offre rifugio a un secessionista, un lupo travestito da monaco”.

Contro queste accuse si rivoltano da sempre i monaci buddisti rimasti in Tibet e nelle province cinesi a maggioranza tibetana. Dallo scorso marzo, 13 monaci si sono dati fuoco per chiedere libertà religiosa e autonomia culturale: l’ultimo in ordine di tempo è Tenzin Phuntsok, morto il 6 dicembre scorso dopo 5 giorni dall’auto-immolazione. Pechino, inoltre, continua a tenere in prigione i religiosi meno asserviti: Thapkay Gyatso, da 15 anni in una cella comunista, sembra sia in punto di morte per le torture subite dal regime.

Per superare questa situazione, Pechino cerca anche di delegittimare i leader religiosi buddisti. Sul Dalai Lama non può molto, dato che è stato riconosciuto persino da Mao Zedong; il Panchen Lama originario, seconda carica per importanza, è stato rapito nel 1996 e rimpiazzato da un burattino comunista; ora è il turno del Karmapa Lama, terzo leader, che la Cina cerca di incastrare con accuse di corruzione. In questo Pechino sembra essere spalleggiato proprio dll’India.

Dopo 11 mesi di indagini, infatti, le autorità indiane hanno messo sotto accusa il giovane Ogyen Trinley Dorje, XVII Karmapa Lama e capo della setta Kagyu. Insieme ad altre 9 persone, il religioso è accusato di riciclaggio di valuta straniera e di cessione illegale di terreni: una corte dell’Himachal Pradesh, provincia dove si trova Dharamsala, deciderà se arrivare o meno a un processo.

Una fonte vicina al Karmapa Lama spiega ad AsiaNews: “Non abbiamo ricevuto accuse formali e abbiamo sempre fornito alle autorità la massima cooperazione possibile. Queste accuse non stanno in piedi perché non è il Karmapa Lama a gestire le finanze della sua setta. Non sa neanche se abbiamo o meno soldi. È soltanto un tentativo di delegittimarlo, ma non ci faremo prendere in giro”.

fonte asianews.it

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