L’assedio di Kirti e il nuovo premier tibetano

mag 01, 2011 No Commenti da

“Armoniose”, così ieri un portavoce del ministro degli esteri di Pechino ha definito le relazioni tra i circa duemila monaci del monastero buddista di Kirti e le forze di polizia cinesi che da settimane lo stringono d’assedio. In realtà la situazione è tutt’altro che “armoniosa”. L’intera contea di Nagba, oggi parte della regione dello Sichuan ieri della provincia tibetana dell’Amdo, dove si trova Kirti Gonpa è teatro di numerose manifestazioni dopo che lo scorso 16 marzo un giovane monaco di nome Puntsok si è dato fuoco per protesta contro l’occupazione cinese del Tibet per morire il giorno seguente.

Da allora la Polizia Armata di Pechino ha represso duramente tutti coloro, laici e religiosi, scesi nelle strade per chiedere libertà religiosa e di espressione. Il 12 aprile alcune migliaia di persone hanno frapposto una vera e propria barriera umana nel tentativo di impedire che i poliziotti entrassero nel monastero per arrestare i religiosi sospettati di “attività controrivoluzionarie” e deportare tutti quelli compresi tra i 18 e i 40 anni.

Nei giorni scorsi la tensione ha raggiunto un tale livello da costringere lo stesso Dalai Lama a rilasciare un comunicato in cui esorta i tibetani alla calma e implora Pechino di non scatenare una violenta repressione. Alla fine però le forze di polizia sono riuscite ad entrare nel monastero e sabato diverse centinaia di funzionari cinesi hanno sottoposto i monaci, accusati tra l’altro di “minare la stabilità sociale della regione e causare danni ai residenti”, a dure sessioni di “rieducazione patriottica”. Senza mezze misure, e in un’atmosfera non certo “armoniosa”, le autorità hanno intimato ai religiosi di desistere immediatamente da ogni protesta pena la distruzione del monastero. Monastero che al momento in cui scriviamo è in pratica una prigione per i monaci che sono stati privati di ogni assistenza medica, il cui cibo è razionato e non possono uscire all’esterno (e dopo le 20 nemmeno dai loro dormitori). Il capo della locale sezione del UFWD (United Front Work Department), affermando di essere totalmente insoddisfatto delle risposte date dai monaci, ha annunciato che le “sessioni di rieducazione” continueranno per diverso tempo. Inoltre la popolazione locale è sottoposta a continue intimidazioni da parte della Polizia Armata e gli allievi della locale Scuola Superiore che avevano iniziato il 17 marzo uno sciopero della fame, sono anch’essi rinchiusi nell’edificio scolastico.

Sul web intanto cominciano a circolare le prime immagini di quanto sta accadendo a Nagba. In particolare sul sito in lingua tibetana della Voice of America è presente un video che mostra il corpo martoriato del monaco Puntsok mentre viene portato in ospedale. Altri filmati invece fanno vedere il massiccio apparato repressivo cinese che assedia il monastero e le pacifiche manifestazioni di laici e religiosi.

Mentre questa crisi nonostante le assicurazioni ufficiali di Pechino non sembra affatto essere stata risolta, dall’altra parte dell’Himalaya il mondo degli esuli tibetani sta vivendo giorni decisivi. Il Dalai Lama continua a rimanere fermo nella sua storica decisione di abbandonare ogni responsabilità politica e si avvicina il giorno in cui saranno resi noti i risultati delle elezioni per il nuovo Primo Ministro del governo tibetano in esilio. Secondo la maggior parte delle indiscrezioni che circolano negli ambienti dei profughi, sembra certo che ad aver vinto sia stato Lobsang Sangay che già nelle primarie tenutesi a fine novembre 2010 era ampiamente in testa su tutti gli altri candidati. Nato nel 1968 nella cittadina himalayana di Darjeeling, Sangay vanta una eccellente carriera scolastica culminata con una laurea in legge ottenuta nella prestigiosa università statunitense di Harvard dove attualmente insegna. Di tutti i candidati presenti a queste elezioni, Sangay è sicuramente il “volto nuovo”, non avendo fino ad oggi ricoperto incarichi politici di rilievo. Anche se Pechino lo ha già accusato di essere un “terrorista” a causa di una sua giovanile militanza nel Tibetan Youth Congress (che la Cina considera appunto un gruppo terrorista).

Sangay ha condotto la sua campagna elettorale battendo particolarmente sul tasto del ricambio generazionale e sulla necessità di risvegliare le energie del mondo tibetano non sbilanciandosi troppo sulle prospettive di fondo della politica che ha in mente di svolgere quale premier. Perfino la sua adesione alla politica della Via di Mezzo, portata avanti da oltre un ventennio dal Dalai Lama, non è sembrata poi così granitica. Difficile dire se quando ha annunciato la sua candidatura, il primo tibetano laureatosi ad Harvard, immaginava di divenire anche il primo leader a guidare, sia pure in esilio, il primo governo tibetano non presieduto da un Dalai Lama dal 1642.

Se il 29 aprile le indiscrezioni di queste ore saranno confermate, una pagina nuova della storia del Tibet potrebbe stare per essere scritta. Sarà interessante vedere di quali contenuti verrà riempita.

Piero Verni

(da: “Il Riformista” del 21 aprile 2011)

fonte sangye.it

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